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Protesi alle anche e alle ginocchia: la rivoluzione della chirurgia mininvasiva che riduce sanguinamento, dolore e soprattutto tempi di recupero. Ne parliamo con il Dott. Mattia Andreotti

Intervista di Lorenzo Chierici

Nel campo della chirurgia ortopedica è in corso una vera e propria rivoluzione che sta gradualmente sostituendo gli interventi tradizionali di protesi alle anche e alle ginocchia con nuove tecniche mininvasive, che offrono ai pazienti una serie di vantaggi sorprendenti. Tali procedure, in palese contrasto con quelle del passato, riducono drasticamente i tempi di intervento, il sanguinamento durante l’operazione, eliminando parallelamente i rischi di infezioni dovute a trasfusioni di sangue e i tempi di recupero una volta terminata la procedura, tant’è che il paziente, operato di protesi all’anca o al ginocchio, è in grado di camminare il giorno stesso dell’operazione, appena terminato l’effetto dell’anestesia.
Si tratta di interventi mininvasivi, grazie ai quali il chirurgo lascia illesi muscoli e tendini, garantendo al paziente la possibilità di rimettersi in piedi fin da subito sulle proprie gambe, aiutato ovviamente dalle stampelle, almeno nei primi giorni, per poi seguire un rapidissimo percorso fisioterapico per tornare alla vita di sempre.
Assieme al Dottor Mattia Andreotti, specializzato in ortopedia e traumatologia, oggi dirigente medico al reparto di ortopedia protesica e mininvasiva dell’anca e del ginocchio dell’Istituto Clinico Humanitas di Milano, che visita anche al Poliambulatorio 3C Salute di Reggio Emilia, sviscereremo ogni segreto di questa nuova frontiera della chirurgia ortopedica, mettendo in luce come la stessa stia letteralmente trasformando la vita dei pazienti grazie all’assenza di dolore e a recuperi sempre più rapidi.
Dottore, quali sono le patologie ortopediche nelle quali si imbatte più frequentemente nelle sue visite al Poliambulatorio 3C Salute?
“Il paziente che viene in visita da me generalmente ha problematiche agli arti inferiori: si tratta soprattutto di pazienti anziani con problematiche di natura artrosica e grazie al percorso del “fast-track” della chirurgia mininvasiva protesica, che pratico all’Humanitas a Milano, riusciamo ad offrire un servizio di livello nazionale per la cura di queste patologie”.
 
Che cosa si intende per chirurgia mininvasiva protesica? Che differenze ci sono rispetto all’intervento di protesi tradizionale?
“La chirurgia mininvasiva protesica consiste in un approccio moderno rispetto alla chirurgia protesica tradizionale. Quando si propone un intervento di protesi il paziente è molto spaventato dall’affrontare un iter che in passato era molto faticoso, in quanto constava di tante giornate di degenza, con trasfusioni di sangue e purtroppo molto dolore. Attualmente questo non è più così: l’intervento di chirurgia protesica, soprattutto dell’anca e del ginocchio, viene eseguito in regime di “fast-track”, che prevede un recupero rapido; si tratta di un intervento mininvasivo che risparmia le strutture muscolari e permette un recupero immediato. In sostanza, il paziente, in soli tre o quattro giorni riesce a ritrovare quell’autonomia che gli consente di riprendere la vita quotidiana al proprio domicilio”.
 
Si tratta di una metodologia più consigliata per pazienti anziani oppure è efficace anche in soggetti giovani o di mezza età?
“La chirurgia protesica trova indicazioni nella patologia artrosica ed è molto frequente nell’anziano; tuttavia ci sono dei casi che possono colpire anche soggetti giovani. In un centro come il nostro, nel quale registriamo casistiche di ogni tipo, con numeri davvero importanti, trattiamo patologie artrosiche sia negli anziani sia nei giovani”.
 
Lei, quindi, si occupa anche della cura degli sportivi?
“Certo. L’altro aspetto della mia pratica clinica riguarda proprio la “sport medicine” e quindi il trattamento delle patologie degli sportivi che viene eseguito mediante le tecniche artroscopiche”.

Ieri e oggi, come sono cambiati gli interventi a ginocchia ed anche?

Quindi, rispetto al passato, in che cosa è cambiato il tipo di approccio all’intervento protesico e soprattutto cosa accade tecnicamente quando è necessario impiantare una protesi in un’anca o in un ginocchio?
“Un intervento mininvasivo di protesi d’anca consiste in un approccio moderno, molto diverso rispetto al passato. Tecnicamente, a partire dalla via di accesso chirurgica, la metodologia è radicalmente cambiata: oggi, infatti, il chirurgo risparmia completamente l’apparato muscolare e ciò consente una riverticalizzazione immediata del paziente già nel periodo post operatorio; in pratica, il paziente, appena cessato l’effetto dell’anestesia, ha la possibilità di reggersi in piedi con le proprie gambe e può tranquillamente camminare. Inoltre, anche il percorso post-operatorio è decisamente più rapido: il paziente inizia a camminare il giorno stesso dell’intervento o al massimo il giorno successivo, durante il quale la fisioterapia assume una grande importanza, anche perché prevede esercizi specifici finalizzati proprio al riportare l’arto operato in una condizione di normalità il prima possibile. Gli altri due aspetti fondamentali che caratterizzano gli interventi mininvasivi sono il controllo delle perdite ematiche e l’eliminazione del dolore, grazie a nuove tecnologie che abbiamo a disposizione in un centro come l’Humanitas di Milano”.

In pratica, a partire dalla via d’accesso chirurgica fino alla riabilitazione, tutto ciò che era ed è un ostacolo per il paziente, ora è stato superato?
“Direi proprio di sì. Non facciamo più trasfusioni al paziente per eccessive perdite di sangue, come accade negli interventi tradizionali di protesi all’anca o alle ginocchia. Inoltre, anche il post-operatorio è privo di dolore e il numero di giorni di ricovero è decisamente inferiore rispetto al passato; oggi, infatti, una persona operata alle ginocchia o all’anca rimane in degenza ospedaliera al massimo tre o quattro giorni, non di più: questa è la nuova protesi d’anca”.

Si è sempre detto che per l’intervento all’anca ci fossero ingenti perdite di sangue tant’è che quasi sempre i pazienti venivano e vengono trasfusi…
“Esatto, in una struttura come l’Humanitas di trasfusioni per gli interventi ad anche o ginocchia non ne facciamo praticamente più. Oggi, infatti, le perdite ematiche sono davvero contenute; inoltre, i giorni di ricovero non sono oltre i quattro, di dolore non se ne sente, o comunque pochissimo e il recupero dura pochi giorni, oltre al fatto che il paziente può subito rimettersi in piedi e iniziare la rieducazione il giorno stesso o il giorno dopo l’intervento”.

Quindi lei visita un paziente al Poliambulatorio 3C Salute, poi, se il percorso ideale di recupero prevede l’intervento chirurgico, lei lo indirizza all’Humanitas?
“E’ così! Anche perché in una struttura come l’Humanitas, nel caso in cui insorgano complicazioni di vario tipo, sono presenti strumenti all’avanguardia per intervenire tempestivamente ad ogni livello, allo scopo di ripristinare la situazione”.

Poi, dopo i 4 giorni di ricovero cosa succede?
“I pazienti ci chiedono sempre di indicare loro una struttura nella quale continuare la riabilitazione o di eseguire importanti cicli di fisioterapia. Ebbene, non esistono più cicli di fisioterapia lunghi per completare il recupero e a dire il vero, in certi casi non è neppure indispensabile sottoporre il paziente a un ciclo di fisioterapia, anche se noi consigliamo vivamente di farlo, appoggiandosi a un fisioterapista che segua specifiche indicazioni per il recupero funzionale, che rimane comunque molto rapido. Il nostro obiettivo è infatti quello di fare rientrare il paziente al proprio domicilio, in modo che possa vivere una vita normale, con la maggiore capacità motoria possibile e in totale autonomia. Qui al Poliambulatorio 3C Salute, ad esempio, ci sono fisioterapisti specializzati che seguono il paziente una volta operato all’Humanitas e il percorso riabilitativo risulta ottimale”.

Se il sanguinamento è ridotto anche l’incisione sarà abbastanza piccola, almeno rispetto agli interventi tradizionali di protesi all’anca…
“Esatto. Il recupero funzionale è molto rapido, come dicevo, le perdite ematiche sono poche e quindi anche l’incisione è molto piccola, questo perché si hanno molti meno problemi nel processo post operatorio; non si mettono più punti metallici, non c’è più bisogno di fare medicazioni successive e le suture sono intradermiche, quindi i punti si sciolgono da soli”.

Quando si consiglia un intervento di protesi mininvasiva alle anche?

Quali sono le patologie dell’anca per le quali è consigliato un intervento mininvasivo di protesi?
“La protesi totale viene eseguita nel caso in cui ci sia un’artrosi severa dell’anca. L’intervento di protesi, anche se mininvasivo, eseguito con strumentazioni che risparmiano la maggior quantità di osso possibile, trova indicazione quando l’articolarità dell’anca è compromessa e si avverte dolore; in altre parole, quando la radiografia pre-operatoria, eseguita sotto carico (cosa molto importante ndr) evidenza un quadro di artrosi ormai severo, avanzato. La protesi d’anca, che è stata definita l’intervento del secolo proprio per la sua evoluzione, con le tecniche di oggi, è ancora più indicata ed efficace rispetto al passato per risolvere la problematica del paziente e per migliorare la qualità della sua vita”.

L’intervento di protesi mininvasiva all’anca si può fare anche nel caso in cui il paziente soffra di osteoporosi a vari livelli? Ci sono controindicazioni?
“Si può fare e di controindicazioni non ce ne sono. Effettuare un intervento del genere in una struttura come Humanitas ci consente di avere a disposizione molti strumenti ad hoc e tutte le protesi presenti sul mercato, tanto da riuscire ad individuare il tipo di protesi corretto per il quadro clinico che presenta il paziente”.

Ci descrive brevemente la fase pre-operatoria? Quali sono gli accertamenti che vanno fatti?
“Non tutte le protesi sono uguali. Prima di procedere all’intervento viene eseguita una pianificazione pre-operatoria per disegnare su misura la protesi che poi viene applicata al paziente. Nei soggetti affetti da osteoporosi, che hanno parametri specifici molto elevati, si può optare per protesi cementate, che sono in grado di ridurre il rischio di fratture intra-operatorie, oltre ad aumentare la stabilità dell’impianto e a garantire una maggior durata della protesi stessa, generando sensazioni molto positive fin da subito che il paziente avverte già nel post-intervento”.

A livello di rigetto, con questa tecnica innovativa i casi sono ridotti?
“La protesi si può consumare, si può mobilizzare, oppure si può anche infettare: sono queste le complicanze che si possono verificare in seguito a un intervento di questa tipologia, ma non può dare alcun rigetto. Ovviamente, i materiali moderni che si osteointegrano con l’osso del paziente (la protesi diventa propria dell’osso del paziente ndr), riducono notevolmente i casi di mobilizzazione; inoltre, la tecnica del “femur-first”, che noi utilizziamo per posizionare l’impianto (nel dettaglio significa eseguire l’intervento con una modalità che consiste nel posizionamento delle componenti in modo tale da evitare un’usura precoce, la mobilizzazione dell’impianto, la lussazione della protesi stessa ndr) ci permette di abbassare notevolmente la presenza di complicanze post-operatorie e il lavorare in una struttura come Humanitas riduce ulteriormente tale rischio”.

Tempi di intervento rapidi e recupero breve. Non c’è un limite di età per sottoporsi all’intervento.

Dottore, quanto dura mediamente un intervento mininvasivo all’anca?
“L’intervento di protesi all’anca dura circa 45 minuti: è molto rapido e la rapidità è fondamentale, in quanto evita tutte le problematiche connesse a un intervento lungo. Una ferita aperta per molto tempo può infatti aumentare il rischio di infezione e di sanguinamento post-operatori. Per raggiungere tale rapidità occorre avere alle spalle una casistica di un certo livello e la nostra struttura garantisce dei numeri che ci consentono di essere metodici, ma anche rapidi nell’esecuzione dell’intervento e al tempo stesso precisi: facciamo infatti una pianificazione pre-operatoria su misura del paziente e lo stesso paziente, terminato l’intervento, esce dalla sala operatoria con le gambe che sono perfettamente lunghe uguali, essendo stata perfettamente rispettata l’idea pre-operatoria grazie a misure precise e standard che favoriscono poi il decorso post-operatorio”.

C’è un limite di età entro il quale diventa difficile proporre un intervento di questo tipo?
Non esiste prettamente un limite di età per l’intervento chirurgico di protesi d’anca o di protesi di ginocchio. È chiaro che molto dipende dalle condizioni cliniche del paziente: abbiamo infatti persone che hanno 85-88 anni che assumono poche medicine e stanno benissimo, così come ci sono pazienti di 65-70 anni che presentano patologie un po’ più importanti. Stiamo comunque parlando di interventi di chirurgia maggiore che vanno pertanto eseguiti in strutture nelle quali sia a disposizione una terapia intensiva, qualora il paziente, nel postoperatorio, dovesse palesare delle difficoltà. Rispetto alle cliniche di più basso profilo il nostro è un ospedale a tutti gli effetti, con anche la terapia intensiva e la rianimazione”.

Come viene formulato il programma post-operatorio, che, come dicevamo, può essere eseguito anche qui al Poliambulatorio 3C Salute?
“Il post-operatorio prevede un programma riabilitativo che può essere eseguito anche al domicilio, ma che è preferibile eseguire in una struttura come questa, come il Poliambulatorio 3C Salute, dove il paziente viene affiancato da un fisioterapista: si tratta di un programma non impegnativo, poiché il grosso il paziente lo dovrà fare a casa propria. Per almeno un paio di volte a settimana, però, noi stessi consigliamo di lavorare in una struttura come questa, seguiti da personale specializzato, al quale noi stessi forniamo indicazioni specifiche per rendere più rapido ed efficace il recupero funzionale del soggetto operato”.

Quanto tempo dura la fase post-operatorio prima che il paziente raggiunga il livello desiderato?
“Per quanto riguarda la protesi d’anca, siamo spesso noi a fermare i pazienti, a rallentare il loro entusiasmo, poiché abbiamo bisogno di lasciare “guarire” la protesi, alla quale dobbiamo lasciare il tempo che si osteointegri con lo scheletro della persona e perché ciò avvenga occorrono almeno due o tre settimane. In questo periodo, visto che i pazienti camminano fin dal primo momento, forniamo loro delle stampelle e chiediamo loro un po’ di pazienza, anche se essi stessi, non avvertendo più il dolore che li aveva portati all’intervento, ci chiedono di abbandonare le stampelle il prima possibile, di poter ricominciare a guidare, quindi di riprendere fin da subito la loro quotidianità. È una richiesta alla quale dobbiamo dire di no, in quanto abbiamo bisogno che i processi di guarigione seguano il loro corso e perché ciò accada occorrono almeno due-tre settimane”.

Osteoporosi e altre patologie possono ostacolare l’intervento chirurgico?

Tornando alle patologie più comuni che affliggono gli anziani, oltre all’osteoporosi, possono esserci il diabete o l’ipertensione arteriosa; ritiene che tali malattie siano un ostacolo all’operazione? Ci sono altre patologie che ostacolino l’intervento?
“In termini assoluti direi di no. È chiaro che nella valutazione pre-operatoria del paziente non c’è solo l’ortopedico, ma c’è un team di medici, di esperti, che si riunisce e che valuta il paziente; questo accade durante il pre-ricovero: si tratta di una giornata in cui si viene in strutture nella quale si eseguono tutte le valutazioni necessarie ad avere la cosiddetta “idoneità all’intervento chirurgico”; si incontrerà quindi un anestesista e il paziente sarà sottoposto agli esami del sangue e alle valutazioni di medici specialisti per quanto concerne le altre sue patologie. Non ci sono quindi controindicazioni generali, assolute, a priori, per le quali si possa categoricamente escludere la procedura. Ogni caso, però, va studiato nel dettaglio”.

Le parlava di numeri e di casistiche. Da quanto tempo viene fatto questo tipo di intervento con le tecniche mininvasive? Che numeri ci sono a supporto di questa procedura così innovativa?
“La protesi d’anca è stata descritta da John Charnley nel 1962 ed è chiaro che in questi 60 anni la protesica ha fatto notevoli passi avanti. In Humanitas abbiamo una scuola che ormai dura da molti anni, che fu introdotta dal professor Lorenzo Spotorno e che noi ancora oggi seguiamo e nel nostro piccolo, abbiamo migliorato con innovazioni tecniche, per quanto riguarda gli impianti e con innovazioni tecnologiche per ciò che concerne la strumentazione in generale. In pratica, da un lato abbiamo una scuola protesica consolidata da anni e dall’altro siamo invece apertissimi alle innovazioni tecnologiche che il mercato ci offre per migliorare sempre di più questo intervento che, già ad oggi, non è più quella chimera o quell’intervento così impattante sul paziente come lo era anni fa”.

Cosa può comportare il non fare l’intervento per il timore che qualcosa vada storto?
“Non fare l’intervento per paura di dover affrontare un iter pesante, che in realtà, come abbiamo visto è molto più snello rispetto al passato, può portare a problemi gravi legati alla deambulazione del paziente, fino a confinarlo al proprio domicilio e quindi la patologia non curata con un intervento può essere anche particolarmente impattante e limitante per quanto riguarda la vita quotidiana”.

Oggi esistono anche le protesi parziali all’anca e al ginocchio: ecco di cosa si tratta

Così come molti anziani non intendono risolvere il problema dell’anca, per le motivazioni che abbiamo evidenziato prima, capita spesso anche che gli stessi timori ci siano per le protesi al ginocchio. Anche per le ginocchia gli interventi mininvasivi sono risolutori?
“Per il ginocchio abbiamo a disposizione tutta una serie di impianti e di protesi che possono correggere delle singole parti del problema. Il ginocchio è un’articolazione molto complessa, costituita da tre compartimenti e al giorno d’oggi non è sempre necessario eseguire un intervento importante come può essere ad esempio la protesi totale di ginocchio; in un centro come Humanitas si possono infatti eseguire anche dei piccoli interventi mininvasivi, le cosiddette protesi monocompartimentali, che vanno a sostituire solo una piccola parte del ginocchio e sono interventi che hanno una ripresa molto più rapida della protesi totale e che a volte possono correggere definitivamente il problema. Personalmente consiglio molte volte pazienti di non trascurare troppo le problematiche di artrosi al ginocchio perché, con un piccolo intervento, si può evitare di fare poi un intervento più importante, ottenendo una nuova longevità del ginocchio”.

In pratica oggi esistono anche delle protesi parziali…
“Sì, sono protesi monocompartimentali: identifichiamo perfettamente dove sia il problema attraverso esami diagnostici radiografici sotto carico (con proiezioni specifiche come la Schüssler o la Rosemberg, che sono importantissime per identificare precisamente dove sia la patologia), per poi sottoporre il paziente ad una risonanza magnetica che sia in grado di darci un quadro completo della cartilagine e dell’osso e solo a quel punto, avendo analizzato nel dettaglio i singoli compartimenti del ginocchio, decidiamo come risolvere la patologia che affligge il paziente, magari anche solo con un intervento parziale di protesi”.

Sia per ciò che concerne l’intervento protesico all’anca, sia per quello al ginocchio, che tipo di anestesia viene somministrata?
“Un’anestesia loco-regionale, quindi non si fa più l’anestesia totale, come una volta, cioè non si intuba più il paziente, ma si fa soltanto un’anestesia selettiva che coinvolge la gamba da operare. Ovviamente, a questo tipo di anestesia associamo molto spesso anche una sedazione per far rilassare un po’ il paziente e farlo sentire più a suo agio in sala operatoria durante l’esecuzione dell’intervento chirurgico. Tale anestesia consente una ripresa più rapida anche della motilità dell’arto operato, in modo da riprendere subito a camminare nell’arco di un paio d’ore dopo l’esecuzione della procedura chirurgica. Il paziente viene messo subito in piedi: l’anestesia ci copre la durata dell’operazione chirurgica, che è comunque breve; tale rapidità ci consente inoltre di non utilizzare il catetere vescicale o il drenaggio dopo la chiusura della ferita, situazioni che ostacolerebbero il nostro fine ultimo, ossia quello di restituire al paziente la capacità di camminare con le proprie gambe il prima possibile”.

Gli anziani operati di protesi con intervento mininvasivo ritrovano stimoli e vitalità?

Dottore, dopo un intervento di questo tipo una persona anziana non potrà certamente ricominciare a correre, ma potrà realmente riprendere a camminare come faceva diversi anni prima?
“Assolutamente sì, perché l’intervento mininvasivo ci consente di non toccare i muscoli, di non recidere alcuna struttura muscolare e quindi questo, nel post-operatorio, si traduce in una ripresa immediata della deambulazione. Per noi è molto importante il rispetto delle strutture muscolari, perché poi sono quelle che ci danno la stabilità e la motilità necessarie per far riprendere a camminare il paziente nell’immediato”.

Ci sono controindicazioni o rischi connessi all’intervento?
I rischi sono quelli tipici di tutti gli interventi chirurgici. Le complicazioni sono fortunatamente molto rare, poiché si adottano delle contromisure per abbattere quelli che sono i rischi e quindi controlli su controlli della sterilità, la velocità dell’intervento chirurgico, la riduzione del numero di visitatori all’interno della sala operatoria, suture avanzate che ci consentono di non far penetrare i batteri dall’esterno, medicazioni avanzate, perché anche i cerotti stessi non sono quelli standard, ma sono cerotti adesivi moderni che consentono la mobilità del paziente e soprattutto impediscono ai microrganismi di penetrare. Tutto questo si traduce in un tasso di complicanze che è decisamente molto basso”.

Prima parlavamo di “fast-track”. Ci spiega esattamente di cosa si tratta?
“È un protocollo di recupero rapido. In pratica, il paziente si sottopone ad intervento chirurgico nella cosiddetta “giornata zero” e due ore dopo l’intervento, con l’ausilio del medico e di un fisioterapista, viene subito messo in piedi. Il “fast-track” prevede quindi che il paziente sia in grado di mettersi in piedi subito e di camminare, con solo tre-quattro giorni nel post operatorio di degenza ospedaliera e ciò significa che in così pochi giorni si raggiunge l’obiettivo funzionale, che è quello di rendere autonomo il paziente. Il “fast-track” è un protocollo caratterizzato da molti dettagli e da molti aspetti tecnici che ci consentono di raggiungere il risultato sperato; questi dettagli riguardano principalmente la gestione dell’intervento chirurgico mininvasivo: il paziente, infatti, non deve assolutamente accusare alcun dolore, che noi controlliamo con analgesici e farmaci, che poi scaliamo col passare dei giorni; inoltre, durante l’intervento, il paziente deve perdere pochissimo sangue e mantenere un’emoglobina alta, per tornare il prima possibile alla vita di tutti i giorni, senza dover ricorrere a trasfusioni, come accadeva in passato. In sintesi, il “fast-track” prevede un recupero rapido: pochi giorni di degenza, la riduzione del dolore, il contenimento delle perdite ematiche, con conseguente riduzione del rischio di trasfusione, il tutto all’interno di un intervento mininvasivo rapido, con il rispetto assoluto delle strutture muscolari che agevola il recupero”.

Menischi e legamenti negli sportivi: i nuovi interventi chirurgici con le tecniche più moderne

E per quanto riguarda gli interventi sui giovani e sugli atleti, tra i quali avrete anche molti professionisti. Vero?
“Oltre agli anziani, l’altra parte della nostra attività si concederà sulla cosiddetta “sport-medicine”. All’Humanitas seguiamo una squadra di serie A e ovviamente eseguiamo interventi in artroscopia alle ginocchia e alle anche; siamo infatti uno dei centri di riferimento per l’artroscopia dell’anca, una tecnica che non è così diffusa come quella del ginocchio. Per quanto riguarda l’anca, infatti, trattiamo la patologia del conflitto femoro-acetabolare in artroscopia (una patologia dall’anca nella quale la conformazione della testa femorale e/o dell’acetabolo, è tale che durante il normale arco di movimento i due capi articolari non scorrano liberamente ma entrino in conflitto fra loro ndr), ma ovviamente eseguiamo anche tutte le procedure chirurgiche artroscopiche selettive del ginocchio, come la ricostruzione del legamento crociato anteriore e posteriore e ovviamente le suture meniscali e le meniscectomie, con tecniche di intervento molto avanzate. Ad esempio, seguendo molti sportivi, parlando del crociato anteriore nello specifico, possiamo eseguire diverse tecniche, a seconda del paziente: uno sportivo professionista può sottoporsi alla ricostruzione del legamento crociato anteriore con tendine rotuleo, con gracile e semitendine, cosiddetti hamstring; eseguiamo anche la ricostruzione mediante tendine quadricipitale, poi abbiamo ovviamente anche legamenti sintetici o prelievi da banca. Insomma, riusciamo a garantire un intervento specifico in base alla tipologia del paziente che dobbiamo operare”.

Quali sono le patologie che maggiormente incontra negli sportivi, amatori o professionistiche siano…
“Le lesioni più frequenti nello sportivo le lesioni più frequenti che ci incontriamo ad affrontare sono quella del menisco e quella del legamento crociato anteriore. A seconda della tipologia di sportivo o di paziente le procedure chirurgiche possono anche essere differenti. Nei pazienti più giovani, con lesioni “non complesse”, è auspicabile una sutura meniscale, mentre in quelli che presentano lesioni molto più complesse, magari non riparabili o comunque non suturabili, la meniscectomia, ossia l’asportazione di una piccola parte di menisco al di sotto del 15% e della superficie meniscale lesionata, risulta la più adatta per il recupero dell’attività quotidiana o dell’attività sportiva. L’intervento sul menisco viene eseguito in day-hospital: il paziente viene convocato in Humanitas il giorno stesso della procedura chirurgica; poi, dopo gli accertamenti strumentali, viene sottoposto ad anestesia e quindi operato; l’intervento al menisco di solito dura pochi minuti, dopo un’anestesia molto veloce, tant’è che il paziente muove l’arto fin da subito e viene rimandato a casa la sera stessa, senza dover dormire neppure una notte in ospedale. Per la meniscectomia classica, chiediamo un impegno di 7-10 giorni di convalescenza, con le stampelle per i primi 5-6 giorni; poi i punti si riassorbono da soli e dopo una decina di giorni il paziente torna alla vita normale”.

Per la ricostruzione del legamento crociato anteriore i tempi immagino sono molto più lunghi, vero?
“Sì, ma non più di tanto. Dipende dal tipo di intervento, visto che le tecniche possono essere diverse a seconda del paziente; magari anche all’interno del medesimo sport, anche della stessa squadra: un portiere o un altro giocatore, ad esempio, possono essere sottoposti a tecniche di ricostruzione del legamento crociato anteriore diverse fra loro. Anche in questi casi, però, consigliamo al paziente di fermarsi almeno una notte in ospedale, per verificare che non insorgano problemi post-operatori, ma non è obbligatorio. Le dimissioni, comunque, avvengono la mattina successiva all’intervento. I pazienti, però, dovranno eseguire fin da subito esercizi specifici di fisioterapia riabilitativa, sollecitando la muscolatura, lavorando però anche sul “range of motion”, ossia sui movimenti dell’articolazione del ginocchio che vengono però limitati da determinati range specifici, a seconda del quadro clinico e delle lesioni associate”.

Dottore, prima ha accennato all’artroscopia all’anca; a proposito di quest’ultima, in che cosa consiste e perché viene utilizzata?
“L’artroscopia all’anca, in Italia, viene eseguita solo in pochi centri specializzati e l’Humanitas è uno di questi. Grazie al Dottor Federico Della Rocca abbiamo una scuola di artroscopia dell’anca per gli sportivi, i giovani adulti, ma anche agli anziani. Nello specifico andiamo ad affrontare quello che è il conflitto femoro-acetabolare, che causa dolore inguinale nei pazienti sportivi, generato da un’anomalia della morfologia dell’anca; un’anomalia che può portare a lesioni associate, come quella del labbro acetabolare che viene riparato con un intervento mininvasivo come l’artroscopia. Se un tempo, per correggere tali patologie si utilizzava la cosiddetta “open-dislocation”, quindi un’apertura completa dell’anca, con conseguente lussazione della stessa e il rischio di un copioso sanguinamento, oggi, con queste nuove metodiche artroscopiche si riescono a correggere determinati difetti, riducendo i disagi”.

Infiltrazioni di acido ialuronico: quando farle e perché possono essere utili

Dottore, cosa ne pensa delle infiltrazioni? Sono solo dei palliativi?
Dipende dalle patologie. Qui al Poliambulatorio 3C Salute facciamo abitualmente infiltrazioni di acido ialuronico e di cortisone; l’importante è che vengano prescritte dall’ortopedico a seconda della patologia, come l’artrosi alle anche e alle ginocchia. Le infiltrazioni di acido ialuronico, ad esempio, sono terapeutiche quando si soffre di artrosi-media, che non ha portato a una completa usura o a un completo sovvertimento delle strutture articolari che noi definiamo di grado tre, secondo la classificazione internazionale di Kellgren Lawrence. Quando invece l’articolazione palesa problematiche a livello della cartilagine, che portano al cosiddetto contatto osso con osso, evidente solo attraverso una radiografia sotto carico, allora queste infiltrazioni hanno solo un ruolo palliativo, ma non terapeutico. Esistono comunque diverse tipologie di acido ialuronico: a basso peso molecolare, ad alto peso molecolare e cross linkato e ognuno di questi tipi viene somministrato in base alla patologia. Anche qui a 3C Salute eseguiamo regolarmente infiltrazioni di acido ialuronico al ginocchio e all’anca anche mediante ecografo, uno strumento che io uso abitualmente sia a livello diagnostico, sia per le infiltrazioni”.

Il cortisone, invece, quando viene utilizzato?
“E’ un antinfiammatorio, lo utilizziamo nelle occasioni in cui è necessario risolvere un processo infiammatorio acuto del ginocchio, dell’anca o nei casi di tendinopatia. Soprattutto nell’anca lo utilizziamo per le cosiddette trocanterite, ossia quelle borsiti delle inserzioni del mediogluteo sul trocantere; attraverso le infiltrazioni di cortisone si può quindi risolvere il processo infiammatorio e quindi la situazione dolorosa connessa”.

Dottore, concludendo, chiunque soffra di patologie all’anca o al ginocchio, che si tratti di un paziente anziano, giovane, sportivo o non sportivo, può prenotare una visita con lei qui al Poliambulatorio 3C Salute per individuare correttamente il percorso corretto da seguire, che siano semplici infiltrazioni o interventi chirurgici…
“Eseguo visite ortopediche e principalmente mi occupo della cura delle anche e delle ginocchia, proprio perché lavoro in un’unità operativa come l’Humanitas, specializzata in questa tipologia di interventi. Utilizzo abitualmente l’ecografo per capire inizialmente dove sia il problema, per poi approfondire, appoggiandomi ad esami strumentali più precisi, ossia radiografie, risonanze magnetiche o TAC. Insomma, quando ci sono problemi legati ad anche e ginocchia cerco di studiare la soluzione ideale per il paziente, in modo che possa risolvere la patologia che lo disturba, che sia una semplice infiltrazione o un ciclo di fisioterapia, potendo però offrire anche un percorso chirurgico, qualora ci sia la necessità, operando all’Humanitas di Milano”.

A cura di Lorenzo Chierici
Ufficio Stampa 3C Salute