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Psichiatria e psicoterapia: le conseguenze della pandemia e la loro gestione | Dott. Gaddomaria Grassi

Il Covid-19 sta dilaniando il mondo intero anche sotto il profilo psicologico: in un anno di pandemia sono aumentati i suicidi e le separazioni, ma la speranza nel futuro sta tornando. Di questo e di molto altro ne parliamo col dottor Gaddomaria Grassi, psichiatra e psicoterapeuta, ex direttore del dipartimento di salute mentale e dipendenze patologiche dell’AUSL di Reggio, che collabora col Poliambulatorio 3C Salute.

Dottor Grassi, inizio da una domanda forse banale sulla quale però credo sia opportuno fare chiarezza. Che differenza c’è tra uno psicologo, uno psicoterapeuta e uno psichiatra?

“La domanda non è per niente banale ed è giusto fare chiarezza. Lo psichiatra è un medico, quindi una persona che si è laureata in medicina e chirurgia e che ha successivamente intrapreso un percorso di specializzazione in psichiatria: è quindi un medico che cura i disturbi psichici. Lo psicologo ha invece effettuato un percorso universitario differente: è laureato in psicologia. Sia i medici che gli psicologi possono poi diventare psicoterapeuti tramite la frequenza di corsi specifici non universitari o della stessa specializzazione in psichiatria che abilita alla professione di psicoterapeuta. Dunque psicologo e psichiatra possono essere entrambi psicoterapeuti; lo psichiatra però, essendo medico, tra le sue competenze, ha anche quella relativa alla prescrizione di terapie farmacologiche.”.

Parliamo di attualità. Il mondo è purtroppo condizionato, limitato e reso a tratti impotente di fronte all’avvento del Covid-19 e le conseguenze di un anno di pandemia sono drammatiche. Quali sono e quali potrebbero essere i risvolti psicologici provocati dal coronavirus?

“La conseguenza principale è una riduzione della socializzazione, quindi delle relazioni sociali e umane, alle quali noi eravamo abituati e che davamo per scontate. Questa rete di socialità, limitata e minata dalla pandemia, ha un grosso impatto sulla salute mentale delle persone e l’assenza di questa ha portato ad una riduzione del benessere psichico. Ci sono poi alcune categorie particolarmente vulnerabili: mi riferisco in particolare agli adolescenti e ai giovani, perché attraversano una fase della vita nella quale sono fondamentali il confronto e la socializzazione con i coetanei. Ci sono inoltre altre categorie che hanno risentito maggiormente della privazione di socializzazione: le persone sole che, purtroppo, sono diventate ancora più sole. E ancora chi ha una disabilità o una patologia cronica per i quali la relazione umana è indispensabile per fronteggiare gli esiti stessi della disabilità o della malattia e per migliorare la qualità di vita”.

Le patologie derivate dal Covid: quali sono e come curarle

Dottore, quali sono le malattie generate dalla pandemia in corso?

“Si è visto un aumento dei disturbi d’ansia e dei disturbi depressivi caratterizzati da tono dell’umore deflesso, apatia, riduzione dello slancio vitale. Risultano inoltre in aumento anche i disturbi fobici: in primis, come è facile immaginare, nei confronti del rischio di contagio e in generale di malattia. A determinare la crescita di tali sintomi contribuisce in modo piuttosto evidente la riduzione della rete sociale di cui parlavo prima, e il senso di incertezza e di insicurezza. Noi eravamo infatti abituati a pensare che le epidemie, insieme a guerre e carestie, facessero parte del passato, fossero definitivamente superate; questa errata convinzione ci ha reso quindi psicologicamente impreparati di fronte al Covid-19 e le conseguenze, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti, anche sotto il profilo psicologico”.

Il Covid, ha quindi generato situazioni difficili da gestire, come insicurezza, incertezza, ma anche profonde depressioni individuali e di coppia. Come si possono combattere tali situazioni?

“Prima di curarle sarebbe fondamentale prevenirle, ma questo è un aspetto che in medicina vale sempre, in qualunque ambito. Occorre poi pensare che ogni intervento deve essere individualizzato: ci sono infatti persone che hanno purtroppo avuto eventi luttuosi, problemi economici, situazioni familiari pesanti. In altri casi la pandemia si è sovrapposta a problemi preesistenti anche di natura psichica. In altri casi è stato determinante il venir meno di quei fattori di coesione e di socializzazione a cui accennavo prima. Oppure si è stati costretti a rivedere gli equilibri di coppia e familiari. Va anche detto che, oltre agli interventi specifici, è la società, nel suo insieme, che ha il compito di aiutare le persone in difficoltà. Da questo punto di vista anche i media e i social, questi ultimi criticabili se si sostituiscono alla vita reale, possono essere importanti.”.

La pandemia ha però scatenato anche situazioni di tipo patologico piuttosto gravi…

“E’ vero ed è proprio in questi casi che può essere utile un supporto psicoterapeutico, o un intervento psichiatrico specifico. Occorre valutare se le conseguenze del Covid-19 hanno “slatentizzato” insicurezze o situazioni psicopatologiche preesistenti, ad esempio disturbi depressivi ansiosi o ipocondriaci, oppure se si tratta del mancato adattamento agli eventi, alla mancanza di socialità o alla patologia stessa. In alcuni casi può essere utile un intervento farmacologico: in questo caso, comunque, deve essere ben chiaro che si tratta di interventi mirati e di breve termine, che permettano di favorire l’evoluzione del disturbo. I farmaci non devono rappresentare la soluzione ma solo un aiuto nella risposta al problema”.

In pratica, prima di ricorrere ai farmaci, ogni persona, magari aiutata da un psicoterapeuta, deve cercare di trovare la forza in se stessa per fronteggiare il cambiamento…

“E’ importante la consapevolezza dell’impatto che l’epidemia e la deprivazione sociale hanno avuto sui propri comportamenti, sul sistema di relazioni sociali, sulle aspettative e di come si sia determinata a seguito di queste una situazioni di crisi personale. Maggiore consapevolezza significa anche maggiore capacità di fronteggiamento del problema. Da un periodo critico si può uscire anche rafforzati, con nuove modalità di lettura dei fenomeni intrapsichici e sociali, più capacità di adattamento e nuove modalità di relazione”.

Il Covid, purtroppo, come certificano i numeri, ha incrementato il numero delle separazioni all’interno delle coppie o ancor peggio delle famiglie.

“E’ un tema molto importante. Il coronavirus ha portato a una ridefinizione degli spazi, dei tempi e della vita familiare. Non è necessariamente un fatto negativo e  ci  sono anche famiglie che hanno riscoperto modalità di convivenza buone, anche migliorando i rapporti intergenerazionali; tuttavia, indubbiamente, altre famiglie, a causa della convivenza forzata e forse per situazioni latenti, hanno incontrato difficoltà gravi, soprattutto nel rapporto tra coniugi. Anche la fascia di età adolescenziale e giovanile ha vissuto con particolare criticità le restrizioni sociali imposte dalla pandemia. I giovani hanno la necessità di entrare in contatto col mondo, di conoscersi attraverso la conoscenza dei coetanei e il Covid li ha invece in molti casi trattenuti fra le mura domestiche”.

In pandemia è aumentato il numero dei suicidi

Da un recente studio dell’Università La Sapienza di Roma è emerso un forte aumento, da marzo a settembre, del numero dei suicidi. Cosa ne pensa?

“Il suicidio è un fenomeno tragico, complesso nella sua genesi, eterogeneo nelle cause. Dunque, occorre sempre molta cautela nell’individuare precisi rapporti di causa effetto. Occorre tenere presente determinanti individuali di tipo psicopatologico (anche pregresse), di contesto relazionale, di contesto più generale di tipo sociale o economico. I dati relativi all’aumento dei suicidi, se confermati su ampia scala e su un arco di tempo lungo, ci dicono che le determinanti sociali nel corso del 2020 possono avere messo in crisi in modo molto serio l’equilibrio di un certo numero di persone e che, purtroppo, i servizi sanitari e la comunità nel suo insieme non sono riusciti a intercettare il bisogno in tempo.”.

È vero che col coronavirus è aumentato anche l’utilizzo di psicofarmaci?

“Sì e lo ha certificato di recente anche l’AIFA (Associazione italiana del farmaco): il lockdown e la pandemia hanno purtroppo portato a un utilizzo maggiore di psicofarmaci a livello nazionale e questo perché chiaramente il farmaco rappresenta la risposta più semplice e più immediata a una condizione di disagio. Abbiamo notato tutti anche l’aumento della pressione pubblicitaria per i farmaci da banco per l’ansia o per l’insonnia, ma non solo. Non è detto, comunque, che l’utilizzo del farmaco sia la soluzione migliore”.

È vero che l’utilizzo frequente di psicofarmaci dà sia dipendenza che altri problemi di salute?

“L’uso di psicofarmaci prolungato, soprattutto di ansiolitici, che sono i più diffusi, può generare due fenomeni: la dipendenza e l’assuefazione. La dipendenza è la progressiva difficoltà a farne a meno, mentre l’assuefazione consiste in una minore efficacia del farmaco stesso con conseguente bisogno di aumentarne la dose. Per questo come si diceva, occorre assumere gli ansiolitici con uno scopo preciso e in tempi determinati”.

Secondo lei è più forte la depressione causata dal Covid-19, in quanto malattia, o quella generata da crisi economica, come, ad esempio, dalla perdita del lavoro? Glielo chiedo perché nell’ultimo anno si sono suicidati tanti imprenditori che si sono visti con le spalle al muro.

“Ognuno di noi ha delle aree di vulnerabilità che sono legate sia alla struttura della personalità che alle esperienze di vita; è quindi difficile dire se sia più evidente il rischio legato alla salute o agli aspetti economici. Teniamo presente che durante questa pandemia abbiamo avuto sia persone colpite dalla malattia e purtroppo anche da lutti familiari, sia persone che hanno avuto gravissimi danni a livello economico e professionale. Certamente è facile dire che la salute fisica più di ogni altra cosa influisce sul benessere psichico ma entrambe le motivazioni possono determinare e hanno purtroppo determinato reazioni depressive”.

La psicoterapia a sostegno delle persone: come valutare i risultati

Lei è psichiatra e anche psicoterapeuta. Si possono catalogare i tipi di “interventi” di psicoterapia?

“Esistono molte scuole di psicoterapia e quindi l’elenco potrebbe essere davvero lungo.  Esistono psicoterapie di tipo psicodinamico che hanno l’obiettivo di scavare nel profondo e favorire la consapevolezza rispetto alle dinamiche e ai conflitti intrapsichici. Ci sono terapie di tipo cognitivo-comportamentale e quindi maggiormente centrate sui processi di pensiero e sui comportamenti,  psicoterapie di tipo sistemico, che hanno come oggetto il sistema di relazioni di cui fa parte il singolo. Esistono psicoterapie brevi focali (centrate su un focus), psicoterapie meno specifiche, dette di supporto o di sostegno e altre più specifiche manualizzate come l’EMDR (Eyes Mouvement Desensitization and Reprocessing, ossia desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari: un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress, soprattutto a quello traumatico ndr) la Mindfullness ed altre ancora”.

Quanto dura mediamente un percorso terapeutico per arrivare a un risultato tangibile?

“Non è possibile definire quale sia la durata “giusta”. Rispetto al passato, oggi si tende a privilegiare le cosiddette psicoterapie brevi (con una durata media predefinita, ad esempio 10-12 colloqui). Altri tipi di psicoterapia, come quella psicodinamica o anche la terapia di sostegno, non hanno invece una durata predefinita”.

Dottore, non c’è il rischio che una persona che si appoggia a un terapeuta diventi dipendente dallo stesso?

“In tutte le psicoterapie c’è il rischio della dipendenza, proprio perché si crea un legame importante, una relazione forte, fondamentale per veicolare contenuti e movimenti emotivi. La dipendenza va comunque gestita e, l’obiettivo è anche questo, risolta. Un punto d’arrivo, in uscita da un periodo critico, è anche l’autonomia”.

Complessi di inferiorità: come affrontarli e superarli 

Quali sono i segnali tangibili dei risultati che si ottengono attraverso la psicoterapia? Soltanto il “sentirsi un po’ meglio”?

“Se il risultato atteso è solo quello di sentirsi un po’ meglio la strada dei farmaci è certamente la più rapida. Il concetto di base è quello di ritrovare una più profonda consapevolezza della propria vita, dei propri bisogni, delle proprie dinamiche e delle proprie relazioni, delle strategie funzionali e disfunzionali; poi, a seconda delle situazioni può esserci una maggiore autonomia, una maggiore accettazione della situazione, una maggiore capacità di cambiamento”.

Sono frequenti, soprattutto nei ragazzi, i complessi di inferiorità nei confronti degli altri ?

“La domanda rimanda a un tema importante che è quello dell’autostima. Oggi uno dei temi di maggior rilevanza è proprio la distanza fra come mi sento di essere e come penso di dover essere per sentirmi accettato, considerato, stimato. I social da questo o unto di vista sono un potente amplificatore di questi processi e di questi vissuti. L’equilibrio non è sempre facile da trovare e non si rado il risultato è che l’individuo, giovane e non solo giovane, non si senta all’altezza”.

Malattie mentali in aumento negli ultimi anni: quali sono e come prevenirle

Dottore le malattie mentali sono diverse. Quali sono le più frequenti, alcune delle quali magari accentuate dal Covid?

“I disturbi mentali più frequenti sono quelli legati a depressione, ansia e attacchi di panico, patologie nelle quali ognuno di noi può incappare in qualunque momento della propria vita. Ci sono poi altri disturbi ad esempio di natura psicotica, con maggiore impatto sul corso del pensiero e a volte sulle percezioni. Poi, c’è l’ambito dei disturbi di personalità: mi riferisco a persone con tratti problematici o disfunzionali. Caratteristiche stabili nell’organizzazione di personalità su cui poi possono inserirsi episodi transitori di malattia”.

Sono in aumento questi disturbi?

“I disturbi depressivi sono aumentati in questi anni, mi riferisco ai dati dell’OMS, quindi su scala mondiale; ma, con riferimento alla nostra realtà, sono aumentati anche gli attacchi di panico, i disturbi del comportamento alimentare, la dipendenza da sostanze di vario tipo, dalla cocaina all’alcool, ai cannabinoidi ”.

Nel caso di disturbi dell’alimentazione può essere utile l’ausilio di uno psicoterapeuta?

“Certo, le linee guida sono molto chiare. Occorrono centri specifici e diverse figure che lavorino sul caso: psicologo, in primo luogo, dietista e internista/nutrizionista; può servire anche uno psichiatra quando si sovrappongono altri disturbi ad esempio di tipo depressivo. E’ importante la collaborazione di diverse figure perché il disturbo del comportamento alimentare è una patologia complessa”.

Secondo lei, quanto condizionano le notizie che si leggono dai media?

“Hanno un loro peso in quanto contribuiscono a formare la percezione della realtà. Cambiamenti sociali e culturali possono condizionare il modo di leggere la realtà da parte delle persone; in questi giorni, anzi da un anno a questa parte, lo vediamo bene.”

Come combattere bulimia, anoressia e attacchi di panico

Malattie gravi, addirittura drammatiche in determinate situazioni, come la bulimia e l’anoressia, sono percepite diversamente rispetto al passato?

“Fino a qualche decennio fa certe situazioni non erano riconosciute e capite, mentre ora c’è maggiore attenzione e una conoscenza maggiore. C’è più attenzione e molta consapevolezza anche da parte di scuole e famiglie e quando un ragazzo o una ragazza palesa dei sintomi, oggi si interviene più precocemente”.

Ci parli degli attacchi di panico, ha detto che sono frequenti. Come possono essere gestiti ?

“Il disturbi da attacchi di panico è caratterizzato dalla triade: attacco, ansia anticipatoria (cioè timore che si ripeta), comportamenti di evitamento (cioè smettere di fare ciò che si ritiene a rischio di un nuovo attacco). In genere è necessario un trattamento farmacologico (non tanto ansiolitico, se non al bisogno, ma con antidepressivi) per interrompere il circolo vizioso che si viene a creare; oltre ai farmaci è indicata anche la terapia cognitivo-comportamentale”.

E quando l’attacco è già iniziato, come è possibile interromperlo ? Si può staccare la spina ?

“Come ho appena detto, la cura migliore consiste nel prevenire l’attacco, liberare la mente dall’ansia che precede l’attacco. Se lo si subisce, invece, il termine staccare la spina è corretto, inutile combatterlo con il ragionamento. Meglio uscire dalla situazione stressante, parlare con qualcuno, evitare il corto circuito della suggestione”.

Lei consiglierebbe a chiunque di avere uno psicoterapeuta di fiducia?

“A dire il vero no, non credo proprio che tutti debbano avere uno psicoterapeuta di fiducia. Penso che le persone, in primo luogo, debbano avere una vita ricca di relazioni umane. La motivazione per avere un supporto di questo tipo deve avere radici più profonde, è legata spesso a momenti di sofferenza soggettiva e alla necessità di avere una maggiore conoscenza di sé”.

Chiudiamo con un pensiero positivo: usciremo da questa situazione?

“E’ l’augurio che ci facciamo davvero tutti da mesi: i nuovi vaccini ci stanno dando la speranza che tutto questo possa finire, il prima possibile”.

A cura di Lorenzo Chierici
Ufficio Stampa 3C Salute