
Dottor Gianfranco Marchesi. Come prevenire e curare le patologie neurologiche e come gestire gli aspetti psicologici da esse derivati
Intervista di Lorenzo Chierici
Le malattie neurologiche sono disturbi che colpiscono il sistema nervoso, come malattie neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson), disturbi cerebrovascolari (ictus), epilessia, sclerosi multipla, neuropatie periferiche, mal di testa, disturbi del sonno e malformazioni congenite. Queste condizioni possono danneggiare il cervello, il midollo spinale oppure i nervi, influendo su movimento, memoria, pensiero e altre funzioni vitali. Come ci si approccia quindi alle malattie neurologiche? Come si possono prevenire? E soprattutto come si possono curare. Ne parliamo col dottor Gianfranco Marchesi, medico chirurgo specialista in Fisiatria, Neurologia e Psichiatria che visita al Poliambulatorio 3C Salute – Città di Guastalla, in via Ugo Foscolo 7.
Il dottor Marchesi ha diretto per molti anni l’Unità operativa di recupero e rieducazione funzionale dell’ospedale di Guastalla, oltre ad essere stato docente di Neurologia e Fisioterapia presso la Scuola infermieri di Parma e docente di Medicina e Chirurgia presso l’Università di Parma.
Patologie neurologiche: come prevenirle e curarle
Quali sono le patologie più comuni che tratta nel suo studio?
“Nell’ambito della neurologia vediamo soprattutto malattie di tipo degenerativo, come il Parkinson o l’Alzheimer; vediamo naturalmente malattie di tipo epilettico, le cefalee, gli esiti di traumi di ictus e di altre lesioni cerebrali. Sul piano veramente psichiatrico ci occupiamo un po’ degli aspetti più frequenti di sofferenza psicologica che vanno dall’ansia alla depressione, alle problematiche psicotiche, mentre in ambito fisiatrico ci occupiamo sia di malattie reumatiche, di esiti di interventi chirurgici, di traumi a significato ortopedico e di esiti di lesioni neurologiche”.
Secondo lei, la neurologia come può influenzare il comportamento e le funzioni cognitive di una persona?
“È chiaro che tutte le sofferenze di tipo neurologiche riguardano e nascono dal cervello e come sappiamo nel cervello ci sono le funzioni cognitive, le funzioni simboliche superiori: la memoria, il linguaggio l’apprendimento, il ragionamento logico e quindi naturalmente ci sono inserite anche le emozioni, le gratificazioni, le pulsioni, quindi qualsiasi sofferenza che riguardi il cervello comporta, a maggior ragione, anche problematiche di tipo comportamentale e cognitivo”.
Che cosa pensa dell’evoluzione delle tecniche diagnostiche che ci sono state negli ultimi anni in ambito neurologico?
“Sono state di straordinarie importanza: basti pensare alla TAC, alla Pet, ossia la tomografia ad emissione di positroni, alla risonanza magnetica, alle mappe di registrazione elettroencefalografica; sono tutte tecniche che oggi ci consentono di conoscere un po’ meglio l’organizzazione anatomo-funzionale del cervello e quindi anche della natura delle malattie che lo affliggono, con aperture maggiori verso la prevenzione e la terapia”.
Si parla molte volte di familiarità: che ruolo gioca la genetica nelle malattie neurologiche e come possiamo prevenirle o affrontarle nel miglior modo possibile?
“Il cervello e l’organo più maneggevole, plastico e autopoietico che abbiamo di tutto il corpo umano e naturalmente siamo sempre frutto di natura e cultura, di genetica ed epigenetica: ciò significa che noi nasciamo con una cornice genetica nella quale siamo inseriti, ma poi l’epigenetica, ossia tutte le esperienze di vita che facciamo, scrivono nel cervello la loro impronta. Con l’aumento delle età media queste malattie neurovegetative, a livello statistico, si verificano con una frequenza maggiore e quindi dobbiamo organizzarci. Di terapie veramente risolutive, al momento non ne abbiamo, quindi resta fondamentale la prevenzione”.
Che cosa possiamo fare quindi per mantenere il cervello in forma e per prevenirne danni e usura?
“L’alimentazione è fondamentale, così come lo è l’attività fisica. Naturalmente sono importanti esperienze culturali stimolanti, emozionanti e gratificanti: la lettura, il cinema, l’arte, ossia quelle che sono le esperienze più interessanti e appassionati servono a mantenere il cervello che si nutre soprattutto di stimoli ed è visto anche dalla letteratura che una grande prevenzione sulle malattie neurovegetative e quella di farsi un bel bagaglio di cultura, perché la plasticità cerebrale, cioè la possibilità delle varie cellule di collegarsi tra di loro, la rete di connessioni tra i neuroni, che si possono anche perdere con l’avanzare dell’età, la possiamo mantenere e arricchire fino a 100 anni; ma per fare questo tipo di sprouting dobbiamo mettere in pratica le metodiche di cui abbiamo parlato”.
Quindi anche malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, che sono in aumento, possono essere quindi evitate stimolando il nostro cervello con attività culturali?
“Assolutamente sì. Ognuno di noi, col passare degli anni, dovrebbe farsi un bel bagno di cultura, aumentando il proprio bagaglio di passioni e di interessi; tale atteggiamento contribuirebbe concretamente a prevenire l’insorgenza di patologie neurovegetative”.
Neurologia e fisiatria: la strada migliore per guarire
Qual è la relazione tra neurologia e fisiatria quando si tratta di recupero post-ictus o di recupero di altre lesioni cerebrali?
“È un rapporto molto stretto, che si è fatto sempre più importante nel corso del tempo, perché data questa grande possibilità che ha il cervello di recuperare da lesioni danni e usure di vario genere, la rieducazione motoria, cioè il somministrare al cervello tecniche che vadano a rieducare l’attività motoria, l’attività sensitiva e via dicendo, è fondamentale per il recupero”.
In che modo le tecniche di fisioterapia possono aiutare a migliorare la qualità della vita dei pazienti affetti da patologie neurologiche croniche?
“La mission della fisioterapia è quella cercare di minimizzare e di recuperare quelle che sono le disabilità acquisite per le malattie neurologiche, tenendo sempre presente la globalità della persona. Oggi il modello è bio-psico-sociale”.
Quanto è importante il trattamento fisico precoce per i pazienti con lesioni neurologiche acute?
“È fondamentale, perché il recupero neurologico e il recupero funzionale più presto lo somministriamo e più facile naturalmente avviene il recupero. I primi tre-sei mesi sono fondamentali per recuperare un danno neurologico; ma avvengono anche recuperi funzionali estesi nel tempo, con miglioramenti che si possono verificare anche nell’arco di uno o due anni”.
A proposito di miglioramenti, che approccio utilizza lei nel trattare i pazienti con problemi muscoloscheletrici che derivino da disfunzioni neurologiche?
“L’approccio è sempre quello globale, è quello olistico; la persona va sempre inquadrata in questi termini: c’è una psicologia, c’è una sofferenza in questo ambito, c’è una sofferenza fisica, c’è una necessità di approcciare sempre il malato in un ambito di interesse globale della persona. Però i fisiatri e soprattutto i fisioterapisti che applicano le tecniche hanno questa grande competenza e sensibilità”.
Psichiatria: come cambia la prospettiva di un malato
Come influiscono le malattie neurologiche sulla salute mentale di un paziente?
“Qualunque problematica che comporti un danno funzionale, una disabilità, è chiaro che incide su quella che è un po’ l’efficienza, l’autostima e il benessere della persona; ecco perché le dicevo che nel discorso riabilitativo post-danno neurologico o in corso di malattie neurologiche, l’attenzione al quadro psicologico è fondamentale perché è sempre presente una reazione di tipo negativo sul piano psicologico”.
Ansia e depressione saranno senz’altro le patologie che incontra con maggiore frequenza fra i suoi pazienti. Come si affrontano? E come si curano?
“Su ansia e depressione non mi piace medicalizzare troppo l’esistenza con dei farmaci e non; bisogna però andare alla radice di questo tipo di sofferenza, cercando di capire da dove nasce l’ansia, che è sempre un segnale importante da considerare. C’è una quota di ansia che può essere anche fisiologica, perché ci stimola anche in tante prestazione e poi c’è un’ansia patologica che diventa invece somatizzata, che fa pagare qualche prezzo agli organi con colonpatie funzionali, aritmie cardiache, rialzi pressori, crisi di panico, insonnia; ecco, questa ansia va curata, a volte anche con farmaci. Stesso discorso vale per la depressione: va studiata, occorre capire in che termini si manifesta; può essere una depressione nevrotica legata a situazioni di vita negative e/o a problematiche un po’ di personalità e/o legata a un disturbo di tipo anche bipolare e quindi farmaci e approccio psicoterapico restano molto importanti e soprattutto molto proficui per aiutare queste persone”.
Dottore, immagino ci siano differenze nel trattamento psicologico di un paziente con disturbi neurologici rispetto a un paziente con problemi psicologici puri. È così?
“Diciamo se c’è un’organicità a monte del disturbo psicologico è chiaro che noi dobbiamo considerare questo aspetto in primis e poi naturalmente valutare l’aspetto e la relazione psicologica”.
Quindi i trattamenti psicologici in pazienti con danni neurologici sono fondamentali…
“È chiaro. Sono uno strumento complementare a quella che è la terapia del problema neurologico e organico”.
Ci può descrivere, in breve, l’importanza di un approccio integrato tra neurologia e psicologia nel trattamento di patologie come l’ictus o la sclerosi multipla?
“Come abbiamo già accennato, è un approccio fondamentale: se oggi non siamo attenti all’insieme del soggetto, del paziente, perdiamo molte possibilità di cura; c’è una strettissima unione tra quella che è la sofferenza neurologica e quella psicologica, a maggior ragione rispetto ad altre malattie fisiche; ma tutto nasce e accade nel cervello e quindi come tale… “the domain is the brain” (il dominio è il cervello ndr). L’interazione fra neurologia, fisiatria e psicologia è l’approccio che riteniamo più importante e necessario per raggiungere obiettivi concreti”.
I vantaggi di un approccio multidisciplinare, ma di tipo olistico
Quali sono le sfide più comuni che incontra quando opera in un ambito così multidisciplinare?
“Il tempo da dedicare al paziente. Questo riguarda tutti noi medici, che a volte siamo sempre scanditi da tempi stretti, ma l’ascolto del paziente, la narrazione della vita del paziente e della sofferenza del paziente sono fondamentali per costruire un’alleanza terapeutica. Se ascoltiamo bene la storia del paziente abbiamo già fatto la diagnosi al 50% e la terapia all’80% e quindi è solo questione di carica empatica che oggi il medico deve sempre mettere in campo, al di là di tutta la cultura iatrotecnica e che ha in testa di tutta la tecnologia, che ci aiuta tantissimo; l’approccio, soprattutto olistico, presuppone infatti una compartecipazione, una condivisione e una “pietas” che il medico deve mettere in campo se vuoi curare bene il paziente”.
Chiudiamo con una speranza o almeno mi auguro che sia così. Qual è la sua visione del futuro del trattamento delle malattie neurologiche, considerando anche l’intervento psicologico, fisico e l’evoluzione della tecnica e della tecnologia?
“Tutta questa ricerca e questo tipo di scoperte e di innovazione in tutti i campi, dalla diagnostica alla terapia, ci fa indubbiamente sperare in un futuro davvero molto migliore, in un futuro nel quale potremo forse iniziare ad essere veramente positivi nella cura di tante malattie neurologiche ad oggi difficili da curare”.
Se si trovasse anche il modo di ripristinare la funzionalità del midollo osseo interrotto, magari a causa di un incidente stradale, avremmo sempre meno persone in carrozzina e invece…
“Oggi abbiamo queste tecnologie che ci stanno aiutando a cercare di bypassare il danno del midollo. Tanti ragazzi che hanno avuto traumatismi o altre malattie di questo genere vengono aiutati dalla tecnologia che sta cercando di superare il danno, cercando di rimettere in funzione gli arti inferiori. Ci sono tante apparecchiature che stanno venendo avanti: anche la tecnologia che riguarda situazioni cerebrali, dalla stimolazione magnetica trans-cerebrale, all’impianto di elettrodi inseriti; insomma si sta sviluppando un’altra branca legata a tutte le nanotecnologie che potrà portare delle soddisfazioni nella cura del paziente, ma l’approccio olistico, umanistico della medicina non dovrà mai tramontare”.
A cura di Lorenzo Chierici
Ufficio Stampa 3C Salute


